Non ho studiato marketing. E forse è proprio per questo che lo faccio meglio.

Non ho mai avuto la passione per il marketing. E in effetti, quando mi sono iscritto all’università alla facoltà di Scienze della Comunicazione di Salerno (non perchè mi piacesse ma perchè mi sembrava un buon parcheggio), odiavo proprio la marola marketing. Tanto che anche nell’indirizzo di Scienze della Comunicazione feci di tutto per farmi mettere nel corso di giornalismo e non quello di marketing.Non avevo la giacca blu, il linguaggio aziendale, né la vocazione per “ottimizzare i processi di comunicazione integrata”.Insomma, io volevo solo suonare nel mio gruppo e odiavo la parola ‘vendere’. E forse è proprio per questo che oggi, nel marketing, mi sento a casa. Oggi mi ritrovo ad aver creato una azienda di advertising e lead generation, ma in realtà, io non ho studiato per vendere. O almeno non ho fatto un percorso accademico. Ho imparato osservando le persone — non sui libri, ma nei bar, nei concerti, online, nelle email scritte male ma piene di verità.E ho capito una cosa semplice: la gente non vuole che le vendi qualcosa.Vuole che qualcuno la capisca. Tutti parlano di funnel, di strategie, di KPI, ma pochi parlano di intuito.E il paradosso è che, nel marketing, l’intuito è tutto.Puoi avere tutti i dati del mondo, ma se non sai leggerli con la pancia, finirai a fare campagne perfette che non emozionano nessuno.Quando ho iniziato, non avevo idea di cosa stessi facendo.Ero solo un tipo curioso che voleva capire come funzionava il mondo online.Venivo dalla musica, dalla grafica, da quel caos creativo dove non esistono regole, solo istinto. E nel marketing ci sono arrivato così: per errore.Ma gli errori, a volte, sono la cosa più giusta che ti possa capitare. Ho capito che tutto quello che sapevo fare — scrivere, creare immagini, leggere emozioni — poteva diventare qualcosa di concreto.Poteva trasformarsi in numeri, risultati, vendite.E più lo facevo, più mi rendevo conto che quello che avevo imparato su un palco valeva più di qualsiasi corso da 997€. Quando suoni in un gruppo rock, impari una cosa che nessun libro di marketing ti insegnerà mai: il pubblico non mente.Se una canzone non funziona, lo senti subito.Ti basta uno sguardo, un applauso tiepido, un’energia che non arriva. Ecco, nell’advertising è uguale.Un annuncio che non vibra, non vende.Puoi cambiare il copy, il colore del bottone, il targeting… ma se non c’è emozione, se non c’è verità, non succede niente.Per questo, quando vedo certi consulenti parlare come se stessero leggendo un manuale di volo, mi viene da ridere.Perché il marketing non è una scienza esatta.È un atto di empatia e rischio.Non serve riempiprsi la bocca con metriche, serve sentire le persone.Serve sapere come pensa chi sta dall’altra parte dello schermo.E quello non lo impari nei corsi. Io non sono nato marketer.E va bene così.Perché chi nasce “nel sistema” spesso dimentica una cosa fondamentale: che le persone comprano con il cuore, non con le slide.Non so quanti anni ho passato a cercare di incasellarmi.A chiedermi se avrei dovuto fare il designer, il copywriter, il media buyer, il consulente.Poi un giorno mi sono accorto che non dovevo scegliere.Dovevo solo accettare che il mio valore stava proprio nel non rientrare in nessuna definizione. Il mio lavoro è capire le persone, tradurre il caos in numeri, e i numeri in emozioni.È un equilibrio tra arte, scienza e creatività. Tra istinto e struttura. Il marketing, per me, non è “vendere di più”. È fare centro. È raccontare qualcosa che risuona, che colpisce, che ti fa dire “cazzo, parla di me.” Ed è proprio per questo che credo di farlo meglio. Perché non l’ho imparato nei libri, l’ho imparato osservando il mondo. In silenzio. E forse è proprio lì che sta il trucco: essere abbastanza ribelle da non seguire il metodo, ma abbastanza lucido da creare il tuo. Se ti piace questo modo di vedere il marketing (crudo, umano, e con un tocco rock’n’roll), iscriviti a La Scorciatoia: la mia newsletter per chi non ha tempo per le stronzate.

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Mi raccomando studia, ma il tuo lavoro non esiste ancora (la mia storia).

Me lo dicevano tutti. Genitori, professori, amici più grandi. E io ci ho creduto, come ci credono tutti. Ho studiato, mi sono impegnato, ho fatto tutto quello che bisognava fare.Solo che, quando ho finito, il lavoro che facevo… non esisteva ancora. Non c’era un corso per imparare la lead generation, né una materia sull’advertising a performance. Non c’era una laurea su come trasformare un clic in una vendita o capire il comportamento di un utente online. C’era solo tanta confusione, e quella sensazione di essere arrivato nel posto giusto nel momento sbagliato. Eppure, dentro di me sentivo che qualcosa stava cambiando. Che lì, in quel caos digitale che stava nascendo, c’era spazio per chi sapeva guardare oltre. Non avevo un piano, ma avevo una cosa che vale molto di più: la curiosità. Ricordo le notti passate davanti al computer, con la connessione lenta e la testa piena di domande. Leggevo forum, blog, commenti di sconosciuti che raccontavano come avevano fatto funzionare qualcosa online. Non avevo soldi, non avevo contatti, ma avevo fame. Quella fame che ti spinge a capire, a provare, a sbagliare cento volte e a rifare tutto da capo. La mia università vera è stata quella: i forum, le community, le notti su Google, le campagne fallite, i test riusciti per caso. Ho imparato più da una dashboard di Facebook che da mille libri di marketing.E piano piano, da autodidatta, ho costruito il mio mestiere. Non c’è stato un momento preciso in cui ho capito di avercela fatta. È successo gradualmente. Prima piccoli clienti, poi aziende più grandi, fino a quando mi sono ritrovato a lavorare con realtà americane quotate in borsa. Io, dal Sud Italia, solo con un PC, un profilo Facebook e tanta caparbietà. Crescere al Sud ti insegna una cosa fondamentale: nessuno ti regala niente.Se vuoi qualcosa, devi costruirtelo da solo.E così ho fatto. Ho imparato che l’unico modo per farcela è smettere di chiedere permesso e iniziare a creare spazio. Nel tempo ho capito che la mia forza non era sapere tutto, ma non smettere mai di chiedermi “come funziona davvero questa cosa?”.La curiosità è stata la mia bussola, la mia moneta, la mia arma.Mi ha spinto a capire il marketing non come teoria, ma come psicologia: cosa spinge le persone a cliccare, a fidarsi, a comprare. E lì ho capito la differenza. Io non vendo pubblicità.Non per niente mi sono laureato in Giornalismo, con una tesi sulla Musica 8 Bit, in ‘Sociologia dei Processi Culturali’. Insomma tutto così frammentario. Ma probabilmente la chiave per fare bene è stata sempre la curiosità, la curiosità di conoscere i processi della società e di come cambiano le interazioni sociali su vari medium. Negli anni ho visto tanti cercare “sicurezza”: un titolo, un contratto, un ruolo definito.Io invece cercavo libertà. La libertà di costruire un mestiere che avesse senso per me.Non sempre ci sono riuscito, ma ogni errore mi ha portato un passo più vicino a capire chi ero e cosa volevo davvero. Oggi guardo indietro e mi rendo conto che quel percorso disordinato aveva un senso preciso.Senza quelle notti a cercare soluzioni che non trovavo, senza i fallimenti, senza la paura di non farcela, non sarei arrivato fin qui.E forse non sarei neanche la persona che sono diventato. Mi piace pensare che ognuno di noi abbia un lavoro che ancora non esiste.Un mestiere da inventare, un incastro tra talento e curiosità che non si trova sui portali di annunci.Le persone che ti dicono “studia per trovarti un posto sicuro” non ti vogliono male — semplicemente non riescono a immaginare un mondo che cambia più in fretta delle regole. Io sì. Io ci ho creduto.E continuo a farlo ogni giorno, davanti a uno schermo che per me è molto più di un monitor: è la finestra che mi ha permesso di costruire la mia libertà. Se c’è una cosa che ho imparato da tutto questo, è che non serve sapere cosa farai tra dieci anni.Serve solo avere il coraggio e la curiosità di imparare oggi qualcosa che ti accende.Perché il lavoro perfetto non si trova.Si costruisce.E a volte, lo inventi da zero. E quando ci riesci, ti rendi conto che quella frase che ti ripetevano da bambino non era del tutto sbagliata — solo incompleta. “Mi raccomando studia… ma ricordati che il tuo lavoro, probabilmente, ancora non esiste.”

Mi raccomando studia, ma il tuo lavoro non esiste ancora (la mia storia). Leggi tutto »

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